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Pullman
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Elisir
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Sono le dieci.
Ha sistemato gli scatoloni, ha riposto sul primo pianale la cassa degli attrezzi, ha pulito per terra, si è lavato le mani e si è dato una sciacquata anche al viso. Ora si asciuga le mani con la servietta sporca da tre settimane di asciugamenti vari. E’ il momento di una sigaretta, prima di tirare giù la saracinesca e prendere la macchina parcheggiata e raggiungere casa. Esce all’aria aperta ed è una bella serata, una di quelle con tutte le stelle in alto e una specie di silenzio distribuito. Dal taschino della camicia di jeans tira fuori le sue Laky Strike: se ne accende una. La prima boccata. Sente nascere un fluido strano nel corpo, un adeguamento del suo corpo alle circostanze, un riposizionamento naturale del suo stato fisico alla notte. Si appoggia con la schiena al muro e gira lo sguardo verso le macchine che gli passano di fianco. Fa un altro tiro e si ferma ad osservare la macchina che gli si sta avvicinando. E’ nera e nella notte si confonde. Guarda all’interno dell’abitacolo e c’è un ragazzo che avrebbe potuto avere ventitre anni, massimo ventiquattro. La macchina rallenta, perché deve fare una curva, così lui può vedergli meglio i capelli scolpiti dal gel, la pelle giovane, gli occhi vivaci e brillanti e desiderosi e vivi; la maglietta rossa.
C’è un istante che forse dura anche per quattro istanti, in cui i loro occhi si incrociano senza causare incidenti. Il primo a distogliere lo sguardo è il ragazzo, perché inizia la curva e deve stare attento alle macchine parcheggiate. Lui, invece, continua a guardarlo, in questo cambio di prospettiva, da frontale a laterale. Il retro della macchina è lucido e nuovo. E’ una bella macchina e lui se ne intende. Ne conosce ogni piccolo dettaglio. Suo nipote lo chiama il mago della brum brum e lui quando lo va a trovare gli racconta sempre le mille storie che possono accadere nella sua officina, i modelli dei carburatori, le marmitte che si bucano e come allenare l’orecchio per capire quando lo è o no. E suo nipote stava imparando da questo nonno che desiderava essere chiamata zio quando erano in giro a piedi per questa Milano estiva, facendo a gara, seduti sul marciapiede, a scoprire chi per primo individuava una marmitta bucata.
Si fa un altro tiro di questa sigaretta senza filtro. Vorrebbe essere quel ragazzo, con tutta la vita spianata davanti come un lunghissimo tappeto rosso. Vorrebbe avere le sue possibilità infinite di scelta, vorrebbe avere la freschezza degli sgurdi, della voce e della voglia di cambiamenti. Lui aveva la sua officina, i suoi clienti, la moglie che lo aspettava a casa; quel ragazzo, invece, aveva ancora centinai di migliaia di alternative possibili. Diavolo come avrebbe voluto andare a ballare, innamorarsi ancora, ubriacarsi. Avrebbe voluto ricominciare da capo, giocare ancora la partita della vita, non perché quella che aveva non gli piaceva, ma non sarebbe stato male potersi rimettere ancora in gioco, come quando ti sei divertito in un estate a Rimini e allora l’anno dopo vuoi tornarci. Ecco, lui voleva ritornare ragazzo, splendido come quel ragazzo.
Il ragazzo è oltre la sua vista ormai, ha lo stereo che pompa in macchina a livelli esagerati. In onda ci sono gli Stereophonics con Dakota e a lui piace un sacco. Ci canta sopra, inventandosi le parole in inglese perché non è che lo sappia così bene. Vorrebbe andarsene un anno in America per impararlo e prima o poi lo farà o forse no. Sta raggiungendo i suoi amici nel solito locale. Ha l’energia che dai piedi gli carica dentro in tutto il corpo. Ha la voglia di esserci in questo dannato momento, la voglia di urlare con i brividi sulla pelle la sua felicità per il niente, solo per avere a disposizione questa serata. Sta bene con se stesso in questo momento, forse perché la radio gli ha concesso quei tre minuti di estasi per la sua canzone preferita. Ha notato a malapena quel signore fuori dall’officina che lo osservava. E vedendo ancora la saracinesca alzata, ha pensato ‘ancora lavora questo?’ Poi i pensieri sono svaniti, perché non poteva rovinare la canzone, doveva dedicarsi interamente ad essa. E quel ragazzo mai sarebbe stato conscio delle potenzialità a portata di mano, mai avrebbe visto questo tappeto rosso che aveva davanti a lui. Lo avrebbe forse individuato un domani, quando un ragazzo come lo era lui adesso, gli avrebbe dato questa possibilità.
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