Elisir

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  Officina Menozzi

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Ha sempre desiderato avere un altro nome, come Jeremy Butcher. Suona bene. Fluisce, non è frammentato.

Guarda nello specchietto retrovisore. Sono saliti tutti. E' ora di partire. Schiaccia il pulsante rosso sotto il contachilometri e vicino ad un sacco di numeri ed etichette bianche. Sposta lo sguardo dritto davanti a se. La strada è una lingua nera spezzettata dalle strisce bianche di mezzeria. Le porte si chiudono. Aziona la freccia a destra e si immette sulla striscia di asfalto a due corsie. Accende la radio, mette la terza e schiaccia più forte. Lancia uno sguardo, attraverso lo specchietto retrovisore, ai compagni di viaggio. Sono molto silenziosi, ognuno è perso nei propri pensieri con gli sguardi fuori dai finestrini.

Ci sono due coppie di ragazzi spagnoli con gli occhi ballerini alla ricerca di informazioni di dettagli. Stanno attraversando l'America nei giorni delle loro vacanze estive. C'è una ragazza turca con la coda e al suo fianco un bambino scatenato che parla, si dimena, canta e la fa imbestialire. E' suo madre, si vede dal modo in cui gli ordina i capelli. Dietro di loro, dorme un uomo corpulento. Ha un sacchetto di plastica azzurra tra le gambe. Glielo sta guardando il vicino, cercando di interpretarne il contenuto. E' un uomo minuto, con un cappello. Lascia il suo paese per cercare di sfuggire al suo passato. Ci sono altri tre sognatori di un nuovo domani sparsi nei vari sedili. Ognuno lascia se stesso e tutto ciò a cui era legato, ognuno speranzoso che un nuovo luogo possa cambiare ciò che si è. Due ritornano a casa, dai parenti dopo mesi di distanza. Quattro inizieranno un nuovo lavoro. Uno non sa dove andare e qualsiasi posto va bene rispetto a quel posto. Uno ha perso la madre, uno non ha mai avuto i genitori. Due ragazze non portano Lines Seta Ali semplicemente perché non sono italiane, tre algerini potrebbero essere scambiati per marocchini solo per chi ha sempre questa esigenza di creare delle classi sociali, cinque non votano da almeno tre anni, due credono ancora che il loro voto possa cambiare le cose, quattro sono ex figli dei fiori, uno solo porta la cravatta, sei gli occhiali, otto stanno dormendo, tre leggono e uno cerca di tenersi lo stimolo di un improvviso attacco intestinale che, guarda caso, capita sempre nei momenti meno opportuni; e, infine, tutti non sanno effettivamente le reciproche idee e sentimenti dei propri compagni di viaggio.

Amava la musica e ogni sua forma. Per questo detestava il suono che Tim Thughban produceva. Non era lineare, armonioso. Che grande differenza con Jeremy Butcher! Senti che melodia, come scivola via sinuosamente. Tim Thughban era una frattura, un solco di durezza lasciato nell'aria. Una cosa da lasciare ai tedeschi, come la loro lingua così antisonante. Per gli eventi burocratici, per lo stipendio, la posta, il lattaio era il Signor Tim Thughban, ma per i suoi viaggi mentali, per le immagini di un altro io possibile, era il grande Jeremy Butcher, quello con sempre la battuta pronta, l'astuto, l'eroe.

Tossisce. Si toglie il berretto d'ordinanza e lo posa dietro al sedile. Sulla giacca ha appeso il suo stemmino di riconoscimento: Tim Thugban, conducente d'autobus. Una carriera promettente, un uomo dalle grandi possibilità, cresciuto dal niente e venuto su come pochi si sarebbero aspettati. Si perché nel suo quartiere quello più sano è diventato il miglior spacciatore di crack dell'isolato. Ha sempre fatto finta di non ascoltare gli avvertimenti di sua madre quando si preoccupava di toglierlo dalla strada dicendogli chi non avesse dovuto frequentare. Lui faceva sempre il duro, diceva alla madre di stare tranquilla e di non rompere le palle. Quando si aggirava per il quartiere, comunque, stava sempre lontano dai John Muller, Erik Spinoza e Frank Pully. Non per gli ammonimenti della madre, ma semplicemente perché anche lui aveva un cervello e sapeva usarlo dannatamente bene, accidenti.

Era riuscito ad ottenere quel posto dopo numerosi bandi pubblici e una spinta dallo zio che lavorava per i trasporti. Una mano, del resto si sa, può sempre essere utile. Aveva scelto quel tipo di lavoro per essere in una specie di non luogo. Partiva da Denver e arrivava a San Francisco. Ma non era in nessuna delle due città. Le sfiorava solamente, ci passava accanto, le disturbava appena per lasciare alcuni personaggi e caricarne di nuovi. Nello spazio sospeso del viaggio, poteva essere realmente quel che era, senza assumere nessuna parte. Si toglieva la maschera del padre e del marito, dimenticava gli appuntamenti dal medico e i film della televisione. Svincolato da tutte le catene, era nella dimensione in cui poteva rinascere cinque volte in fuga dalla vita e con un futuro allontanato e presente solo alla fine del lavoro.

Non immaginava come quel pullman, di cui ne era il timoniere, fosse un simbolo di libertà nei sogni di alcuni ragazzi europei dopo tutti i Kerouac e Fante letti. Quei sedili li avevano portati e cullati verso le loro pagine di vita. Un italiano avrebbe detto che i pullman della Stie non erano la stessa cosa. Non c'era una storia, non erano intrisi di ricordi ipotizzati, di sensazioni di ruote sporche nelle strade deserte dell'America. Non erano all'interno di libri che caratterizzavano il carattere, non raccontavano storie, non avevano anima. Dici Greyhound e ti viene in mente la parola viaggio. Dici Stie e ti viene in mente la parola blu, il colore del pullman. Perdonate quell'italiano visionario, ha solo letto troppo e vissuto nella speranza che l'allucinazione diventasse realtà. Non ha in testa il sogno americano. Ha in testa la voglia di sentire i profumi che alcuni amici, in tempi lontani, hanno provato. Vuole stare seduto lì, su quel sedile e guardare fuori e vedere lo stesso paesaggio che i mille occhi dei suoi simili sognatori hanno visto.

Il nostro uomo guidava calmo il sogno di libertà senza saperlo. Era impegnato a scrutare la donna che sedeva in prima fila con un berretto viola, non poteva preoccuparsi di queste cose. Aveva da macinare chilometri e sicuramente altri problemi a cui pensare, come il nome. Come avrebbe potuto cambiarselo sulla carta d'identità?
La signora gli chiede quanto tempo ci sarebbe voluto per arrivare a destinazione.
Otto ore circa, gli risponde.

 

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