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E pensare che i diciotto non arrivavano mai, sembra un'eternità quella patente tanto ambita e poi, una volta che salti sul bolide e incominci a sentire i brividi della potenza di un motore spinto al massimo, nell'euforia di un'ubriacatura a tarda sera, ti ritrovi a trenta, in men che non si dica. E, porca vacca, questo è un brutto affare, non si può tornare indietro.
Anche se vai in Piazza Vetra, a Milano, non esistono pucher in grado di fornirti una sostanza capace di tanto. Ti procurano sempre e solo le solite robe, che ti sballano per quella sera e niente di più, e una volta che ne sei assuefatto è un casino, perché ne hai bisogno ancora e allora gli stipendi partono che è un piacere. Ci pensi, in un solo secondo, ai soldi che butti via per quella roba, magari faresti bene a risparmiare qualcosa, ma poi te ne sbatti, perché non riesci a resistere alla tentazione di fotterti tutti i soldi guadagnati col sudore, anche se poi non hai mica lavorato come il papà di Giancarlo che fa il muratore. Hai studiato, tu, del resto. Mamma e papà sono stati bravi ad introdurti in questo mondo di regole e consuetudini. Ti hanno permesso di farti un'istruzione, poi tutto dipendeva da te. D'altronde hai le potenzialità, così ti dicevano alle superiori, ricordi?
La professoressa di italiano in particolare credeva in te, diceva che avevi delle potenzialità incredibili e invece le buttavi nel cesso.
E mi ricordo che tu ci credevi in fondo, lo sapevi anche tu di essere diverso da tutti gli altri. E chissà se anche gli altri pensavano di essere “diversi”. Così eravamo tutti diversi da tutti, ma uguali nel cercare di differenziarci, forse perché è difficile ammettere che non siamo poi così tanto diversi da quelli che critichiamo.
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